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L'INCONTRO DI PAPA FRANCESCO CON IL CLERO

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  • 17/09/2018

Viaggio Papa in Sicilia: Palermo

L'INCONTRO DI PAPA FRANCESCO CON IL CLERO

“Occorre vigilare attentamente, affinché la pietà popolare non venga strumentalizzata dalla presenza mafiosa».

Nella Cattedra di Palermo il Pontefice incontra il clero. Appena entrato s’inginocchia davanti alla tomba di Puglisi, in una cappella laterale. L’arcivescovo Corrado Lorefice gli dice a nome di tutti i preti: «Papa Francesco, siamo con lei. La sosteniamo con la preghiera». Parole che possono essere lette come un attestato di vicinanza dopo il caso Viganò. E Bergoglio, in un suo articolato discorso in cui tratteggia l’identità del sacerdote a partire da tre verbi («celebrare», «accompagnare», «testimoniare»), accenna a braccio a una «Chiesa tanto ferita». Sollecita a «pregare per chi fa del male» e ad alimentare «il desiderio di unire secondo Dio; non di dividere secondo il diavolo». E fa sapere: «Mettere zizzania, provocare divisioni, sparlare, chiacchierare non sono “peccatucci che tutti fanno”: è negare la nostra identità di sacerdoti». Pressante la richiesta di coerenza nel ministero. «Testimoniare vuol dire fuggire ogni doppiezza di vita, in seminario, nella vita religiosa, nel sacerdozio. Non si può vivere una doppia morale: una per il popolo di Dio e un’altra in casa propria». Quasi un riferimento ai casi di abusi o molestie, come quelli di cui è stato accusato l’ex cardinale Theodore McCarrick. 

Nella sua riflessione il Papa cita più volte don Puglisi. E declina il suo soprannome “3P” in «preghiera, Parola, Pane». Per il Pontefice, il sacerdote deve essere «uomo del dono e del perdono», «icona vivente di prossimità» capace di portare «concordia dove c’è divisione», di essere «icona vivente di prossimità», di avere una «semplicità genuina», di bandire «ogni forma di clericalismo che è la perversione più difficile da togliere». E ai preti raccomanda: «Mettetevi bene in testa: pastori sì; funzionari no». Inoltre racconta l’incontro con un cardinale che Francesco definisce «severo, conservatore». «Mi diceva: “Se uno viene al Padre, perché io sono lì a nome di Gesù e del Padre Eterno, e dice: Perdonami, perdonami, ho fatto questo, questo, questo…; e io sento che secondo le regole non dovrei perdonare, ma quale padre non dà il perdono al figlio che lo chiede con lacrime e disperazione?».

Non manca un riferimento alla pietà popolare. Il Papa chiede ai sacerdoti di «vigilare attentamente» affinché «non venga strumentalizzata dalla presenza mafiosa». Altrimenti, precisa, «anziché essere mezzo di affettuosa adorazione, diventa veicolo di corrotta ostentazione». E a braccio ammonisce: «Se una Madonna fa l’inchino davanti alla casa di un capomafia… quello non va, non va assolutamente».

IL DISCORSO DI FRANCESCO AI GIOVANI

“NON ABBIATE PAURA DI DENUNCIARE”

«Un cristiano che non è solidale non è cristiano». Nel dialogo con i giovani in piazza Politeama a Palermo papa Francesco risponde a una domanda sull'accoglienza. E spiega che la «vocazione» di un credente è quella «di favorire l’incontro mentre il mondo di oggi è un mondo di scontro». Denuncia una «carenza di amore». E ricorda che l’accoglienza è «amore e gioia» e ha bisogno di chi «si sporca le mani». Bergoglio parla in gran parte a braccio dopo i tre quesiti che i ragazzi gli pongono. In mano ha una penna e qualche foglio su cui prende appunti. Davanti ci sono 5mila giovani giunti da tutta la Sicilia. «Abbiamo necessità di uomini e donne vere che denunciano il malaffare e lo sfruttamento», sprona. E con forza rimarca: «Non abbiate paura di denunciare». Parole che si uniscono a quelle dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che nel saluto iniziale incoraggia i ragazzi ad «alzarsi in piedi» e a «strappare» l’isola «dalle mani dei poteri occulti, delle lobby mafiose, delle clientele invadenti, dei politici e degli ecclesiastici infedeli».

Scherza molto il Papa. «Avete il numero di telefono per parlare con il Signore?», chiede. E ammonisce: «Il Signore non si ascolta se si sta seduti in poltrona». Serve essere «in cammino», «in ricerca». «Cercalo nella preghiera, nella relazione, nella comunità», incita. E dice “no” a giovani «pancioni comodi». «Meglio essere don Chisciotte che Sancho Panza», osserva. Da qui l’invito ad «avere grandi sogni in cui trovi tante parole del Signore». Francesco non vuole neppure ragazzi paralizzati dalla «rassegnazione». «Siate costruttori di futuro», esorta. Ma senza essere «gassosi», fra le nuvole, e senza essere «sradicati», ossia privi di radici «nei valori della tua famiglia e del tuo popolo». E, afferma il Papa, le radici «si incontrano nell'ascolto dei vecchi» che aiutano a creare l’«appartenenza» e l’«identità». «Prendi da loro la forza», sottolinea. E alla fine confida: «Scusatemi se sono stato sempre seduto. Ma le caviglie mi fanno tanto male». Più che comprensibile dopo una giornata siciliana davvero intensa.

Omaggio al giudice Giovanni Falcone e alla moglie

Sulla strada verso l'aeroporto c'è stato un ultimo fuori programma: papa Francesco ha reso omaggio al giudice Giovanni Falcone alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta uccisi nella strage di Capaci, fermandosi alcuni istanti in raccoglimento davanti alla stele che lungo l’autostrada Palermo-Trapani ricorda l’eccidio del 23 maggio 1992. Il Papa è poi risalito in auto proseguendo il viaggio verso l’aeroporto Falcone e Borsellino da cui successivamente è decollato alla volta di Roma.

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