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Il riposo come grande scuola di carità.

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  • 14/08/2021

Il riposo come grande scuola di carità.

 

Ci stiamo preparando per la Festa dell’Assunta, che coincide da sempre con il periodo, del riposo, delle cosidette ferie. Pubblichiamo questa riflessione di don Marco Zanotti apparsa sul bollettino “Camminiamo insieme” della Parrocchia di Merone-Moiana sul riposo domenicale e feriale.

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive la domenica con queste parole: Gesù è risorto dai morti «il primo giorno della settimana». In quanto «primo giorno», il giorno della risurrezione di Cristo richiama la prima creazione. In quanto «ottavo giorno», che segue il sabato, esso significa la nuova creazione inaugurata con la risurrezione di Cristo. È diventato, per i cristiani, il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore . Il mistero pasquale di Cristo, compimento di ciò che Dio ha operato nella creazione ed ha attuato nell’Esodo a favore di Israele, segna il passaggio dal sabato al primo giorno dopo il sabato, dal settimo giorno alla domenica. Tale passaggio, inteso come distinzione e separazione della domenica cristiana dal sabato ebraico, si realizzò gradualmente. Gli Apostoli, e in particolare San Paolo, continuarono a frequentare la sinagoga di sabato per potervi annunciare il Risorto. I primi convertiti dal giudaismo rimasero fedeli al riposo sabbatico e alla liturgia sinagogale; una volta concluso il sabato, si riunivano per la celebrazione della Cena del Signore. In alcune comunità cristiane, pertanto, si poteva registrare la coesistenza dell’osservanza del sabato con la celebrazione domenicale. Ben presto, però, i due giorni furono distinti in modo sempre più netto, soprattutto per reagire alle insistenze di quei cristiani che, provenendo dal giudaismo, non solo erano inclini a conservare gli obblighi della Legge, ma addirittura volevano imporli ai gentili (cf. At 15,1-35). Non è il caso di soffermarsi ulteriormente sulle tappe storiche che, unitamente alla riflessione teologica, contribuirono all’affermazione della domenica come Pasqua della settimana. In questa sede ci limiteremo a far emergere alcuni aspetti distintivi della domenica. Il dies Domini è, anzitutto, il giorno santo per eccellenza il cui vertice è costituito dalla celebrazione dell’Eucaristia.

La convocazione della comunità per fare memoria della risurrezione del Signore è il cuore della domenica e sta al centro della vita della Chiesa. Questa, a sua volta, fonda e conferma il suo agire nella celebrazione eucaristica domenicale. La riscoperta della ricchezza spirituale dell’Eucaristia domenicale conduce alla riscoperta della domenica come segno distintivo dell’identità cristiana. Dalla dimensione liturgico-celebrativa del mistero pasquale di Cristo scaturiscono ulteriori elementi che qualificano la domenica non solo come dies Domini, ma anche come dies hominis. Il primo elemento ha a che fare con la dimensione del riposo, rispetto al quale restano validi i motivi di fondo fissati nel Decalogo da rileggere però in chiave cristocentrica. Fino al IV secolo i cristiani hanno vissuto la domenica solo come giorno di culto, senza potervi associare il significato specifico del riposo sabbatico. Attraverso provvedimenti legislativi l’imperatore Costantino ha trasformato la domenica in un giorno di riposo e di festa, e progressivamente le disposizioni del terzo comandamento sono state applicate a questo giorno. Osservando il riposo festivo, anche il cristiano si sottrae al ciclo, talvolta asfissiante, degli impegni lavorativi per prendere coscienza che tutto è opera di Dio ed affermare la propria superiorità sul lavoro. La domenica, in tal senso, è un messaggio di protesta settimanale contro la schiavitù dei condizionamenti economici e sociali. Liberato dal peso del lavoro, il cristiano santifica il riposo domenicale dedicandosi alla cura delle relazioni interpersonali e alle opere di carità fraterna. È doveroso per i cristiani che dispongono di tempo libero ricordarsi dei loro fratelli che hanno i medesimi bisogni e i medesimi diritti e non possono riposarsi a causa della povertà e della miseria.

Dalla pietà cristiana la domenica è tradizionalmente consacrata alle opere di bene e agli umili servizi di cui necessitano i malati, gli infermi, gli anziani. I cristiani santificheranno la domenica anche dando alla loro famiglia e ai loro parenti il tempo e le attenzioni che difficilmente si possono loro accordare negli altri giorni della settimana. L’attenzione nei confronti dei più bisognosi ha caratterizzato l’assemblea domenicale fin dai tempi apostolici. Si pensi, a titolo d’esempio, alla colletta organizzata da Paolo insieme ai cristiani di Corinto per i poveri di Gerusalemme: «Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi metta da parte ciò che è riuscito a risparmiare». L’Eucaristia celebrata diventa così principio sorgivo di comunione e solidarietà fraterna; dalla messa domenicale si sviluppa un’onda di carità che impegna il cristiano sia tra i membri stessi della comunità sia in rapporto all’intera società. In questa luce si comprende il monito dei Padri della Chiesa che bollavano l’osservanza meramente rituale della domenica: la liturgia festiva senza la pratica delle opere di carità corre il rischio di essere una farsa. Il riposo domenicale diventa così una grande scuola di carità, crocevia tra il piano verticale del rapporto con Dio e quello orizzontale del rapporto con il prossimo, punto di intersezione tra la vita liturgica che realizza l’amore per Dio e la liturgia della vita che manifesta l’amore per il prossimo.