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Il procuratore di Terni dice: la responsabilità è collettiva

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  • 19/07/2020

Di fronte alla morte di Gianluca e Flavio, i due adolescenti di Terni uccisi da una bottiglietta di metadone

 

Il procuratore di Terni dice: la responsabilità è collettiva

 

No, la maschera di Pilato non è accettabile. Di fronte alla morte di Gianluca e Flavio, i due adolescenti di Terni uccisi da una bottiglietta di metadone, lavarsi le mani sperando di candeggiare così la coscienza non vale.

Non funziona. Per i due giovani la morte è arrivata di notte, nel buio delle loro camerette. Una morte inaspettata, forse involontariamente cercata, esito terribile di un gioco più grande di loro. Ma per il mondo degli adulti il passo felpato della morte dovrebbe essere sirena che squarcia la notte. Non ha dubbi il procuratore capo di Terni, che parla di “responsabilità collettiva”, proprio ora che il presunto colpevole c’è, proprio ora che le indagini stanno rivelando cosa è accaduto quella notte.

Eppure, non è il 41enne che ha barattato la vita di Gianluca e Flavio per 15 euro il punto focale dell’immagine. Non lo è neanche la bottiglietta di metadone, che avrebbe potuto contenere qualsiasi altra sostanza. La domanda che risuona sempre più forte è: perché due giovani di 15 e 16 anni sono andati a cercare un aiutino chimico? La loro serata non era abbastanza viva? La loro vita non era abbastanza piena? La verità è che gli adulti spesso dimenticano che l’adolescenza non è solo il periodo spensierato della leggerezza e dei sogni, bensì il momento nel quale i sogni iniziano a scricchiolare contro una realtà cinica e disincantata. E in questo tempo della vita, che preme sull’acceleratore delle apparenze nel confronto con i coetanei, che fatica a trovare punti di riferimento stabili, che diventa via via sempre più virtuale, le droghe paiono come l’anestetico alla fatica del reale. Da tempo chi si occupa di disagio e dipendenze suona la campana d’allarme: basta ascoltare Simone Feder, psicologo della Casa del Giovane. Feder, che lavora nella realtà fondata alla fine degli anni ’70 da don Enzo Boschetti, quando Pavia era ferita dall’eroina, racconta di incontrare spesso giovani che: «A 17 anni mi guardano e mi dicono “la mia vita non ha senso”». Un vuoto interiore straziante, che spera di trovare ristoro in pasticche o bevande capaci di tacitare la coscienza. Un disagio che spinge giovani, anche provenienti da famiglie benestanti, a bruciare le notti nel boschetto di Rogoredo, dove nessuno li chiama più per nome per mesi, a volte anni. Non è un caso se i giovani si avvicinano agli stupefacenti sempre prima, un fenomeno che è stato definito “pandemico” da Alfredo Mantovano, magistrato e vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino.

Una situazione ben fotografata dal rapporto annuale del Ministero della Salute sulle dipendenze e da “Selfie”, ricerca effettuata nel 2018 da Casa del Giovane e Fondazione Exodus su oltre 7mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Con una postilla per gli adulti: prima delle sostanze da controllare, c’è una ferita da curare.

Dal blog di Giacomo Bertoni