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“Tendi la tua mano al povero”

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  • 11/11/2020

Domenica 15 novembre 2020: Giornata mondiale dei poveri voluta da papa Francesco

 

“Tendi la tua mano al povero”

 

Alcune domeniche dell'anno liturgico possiedono, oltre la normale posizione all'interno del particolare periodo liturgico, un ulteriore sottotitolo, una specifica indicazione. Per esempio la domenica della Sacra Famiglia oppure quella della Divina Misericordia o delle Vocazioni. Specialmente a Giovanni Paolo II si deve l'ampliamento di questa consuetudine fatta propria dai suoi successori, in particolare da papa Francesco. Come pure sono stati introdotti nella chiesa cattolica particolari giornate dedicate a singoli gruppi di persone (tra altri, giovani, ammalati, migranti) o a specifici argomenti (la Giornata della pace per esempio).

Tra le giornate ormai entrate a pieno diritto nella nostra tradizione una sta particolarmente a cuore a papa Francesco: la Giornata mondiale dei poveri, che verrà celebrata domenica 15 novembre. Si associa questa predilezione per i poveri alla frase che un confratello cardinale, subito dopo l'elezione al soglio di Pietro, gli sussurrò: “Non dimenticarti dei poveri”. Queste giornate sono solitamente accompagnate da un messaggio del Pontefice che propone uno specifico tema e ne sottolinea l'importanza per il cristiano e per la società. Il tema scelto quest'anno è “Tendi la tua mano al povero” (Sir. 7, 32).

 

La povertà è stata sempre parere della vita sociale ed economica dell'uomo, quasi segno distintivo della sua incapacità di utilizzare in maniera equa le risorse del pianeta, le potenzialità della tecnica e la distribuzione delle ricchezze e delle bellezze che ci sono state donate dal Creatore, delle quali non siamo padroni o sfruttatori, ma coscienti amministratori e beneficiari, a condizione che vengano ridistribuite ad ogni persona nella giustizia e nella condivisione.

A questa condizione che accompagna anche i nostri tempi (mai così ricchi di benessere, però mal distribuito e selvaggiamente sfruttato) si aggiunge l'epidemia virale, imprevista nella sua diffusione e nella sua gravità. “Il periodo della pandemia ci ha costretti e ci costringe a un forzato isolamento, impedendoci perfino di poter consolare e stare vicino ad amici e conoscenti afflitti per la perdita dei loro cari. Abbiamo sperimentato l’impossibilità di stare accanto a chi soffre, e al tempo stesso abbiamo preso coscienza della fragilità della nostra esistenza”. In questo riconoscimento della nostra ulteriore povertà, il Papa si scaglia contro “l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono complici (…). L’indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano (…). Ci sono mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Ci sono mani tese ad accumulare denaro con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E ci sono anche mani tese che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano”.

Il Papa nel messaggio ricorda come la nostra povertà aumenti anche per il maggior disinteresse che rileva tra le persone: oggi si va instaurando quella che chiama la “globalizzazione dell’indifferenza” e scrive: “Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”. L'analisi del Papa continua a proposito di quanto ci sta lasciando questo tempo di pandemia: “Questo momento che stiamo vivendo ha messo in crisi tante certezze (…). Ci sentiamo più poveri e più deboli perché abbiamo sperimentato il senso del limite e la restrizione della libertà. La perdita del lavoro, degli affetti più cari, come la mancanza delle consuete relazioni interpersonali hanno di colpo spalancato orizzonti che non eravamo più abituati a osservare. Le nostre ricchezze spirituali e materiali sono state messe in discussione e abbiamo scoperto di avere paura. Chiusi nel silenzio delle nostre case, abbiamo riscoperto quanto sia importante la semplicità e il tenere gli occhi fissi sull’essenziale. Abbiamo maturato l’esigenza di una nuova fraternità, capace di aiuto reciproco e di stima vicendevole”.

VITTORE DE CARLI