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«La preghiera e l’Eucarestia? Le nostre medicine per l'anima oltre le paure»

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  • 22/03/2020

La preghiera nelle parrocchie contro il coronavirus

 

«La preghiera e l’Eucarestia?
Le nostre medicine per l'anima oltre le paure»

 

Ogni sera, intorno alla sei e mezzo, il portone della chiesa di Merone si spalanca. E, attraversando da solo l’intera navata, arriva sul sagrato il parroco don Marco Zanotti. Ha appena terminato la Messa del giorno, celebrata «senza popolo». Indossa i paramenti liturgici e in mano ha un piccolo ostensorio che accoglie l’Ostia appena consacrata.

Dalla soglia benedice con il Santissimo l’intero paese in Lombardia bloccato dal coronavirus: 4mila anime in provincia di Como ma nell’arcidiocesi di Milano.

Tutti i giorni lo stesso atto, da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria e sono state sospese le celebrazioni aperte alla comunità. «Se è vero che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana, allora è anche la nostra medicina dell’anima in un momento così grave», racconta don Zanotti. Nulla di scaramantico, anzi. «La scelta di benedire alla sera la popolazione è un modo per mostrare alle nostre genti che il Signore è con loro – dice il sacerdote – . Tutto è nato in maniera semplice: di fronte al blocco delle celebrazioni imposto dal virus, ci siamo chiesti che cosa potevamo fare». Ecco il piccolo gesto quotidiano. Quando avviene la benedizione, anche le campane suonano. E alle finestre delle case si vedono in tanti farsi il segno della Croce. «È un modo per abbracciare la comunità – ammette il parroco – . Ed è la preghiera che la unisce. Sa che cosa mi hanno detto anche quelli che sono lontani dalla vita ecclesiale: “È questo che ci aspettiamo dalla Chiesa”. Sì, la Chiesa è sempre accanto a tutti, soprattutto nelle difficoltà. E rifugiarsi nell’Onnipotente non è espressione di debolezza, ma di forza che ci ristora».

Il rito che don Zanotti compie non è certo un’eccezione nell’Italia piegata dal contagio. Dalle adorazioni straordinarie alle benedizioni “speciali”, dalle corone del Rosario consegnate nei paesi alla riscoperta di crocifissi “miracolosi”, le comunità si affidano alla preghiera come antidoto al male. E la accompagnano a pratiche di pietà popolare che, come ha profeticamente detto papa Francesco, sono come «un sistema immunitario». Intercessioni e suppliche che comunque non soppiantano la medicina o la scienza. Del resto la storia ci consegna reti “oranti”, talvolta apripista di miracoli o fatti inspiegabili, che sono state tessute in mezzo a epidemie, calamità, sciagure. Tutto ciò «mostra una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere», scriveva Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Ne sono ben consapevoli i vescovi italiani che in molte diocesi consigliano di esporre nelle chiese il Santissimo per l’adorazione eucaristica o di valorizzare il Rosario «con l’intenzione di invocare la grazia della guarigione dei malati». Come a dire: la comunità ecclesiale non chiude mai.

 

A Castiglione d’Adda, periferia della diocesi di Lodi, è stato il parroco monsignor Gabriele Bernardelli a benedire la cittadina nella prima domenica del blocco totale. Ancora una volta con il Santissimo in mano, portato dal sacerdote nella piazza pressoché deserta di una delle zone più colpite nella fase iniziale dell’epidemia. «Qui viviamo un’esperienza davvero complessa – confida – . Qualcuno potrebbe leggerla come un castigo dall’alto. Invece, benedicendo la comunità chiusa nelle proprie abitazione, ho voluto dire che Dio è al nostro fianco. E, portando fra le case l’Eucaristia che è presenza reale del Risorto, ho inteso testimoniare che il Signore è qui e ci sostiene nella prova». Una pausa. «Il cristiano è chiamato a leggere questo frangente attraverso lo spirito di fede – prosegue don Bernardelli –. Gesù, il Verbo fatto carne, che in croce ha preso su di sé tutte le nostre sofferenze, ci insegna a vivere la tribolazione alla luce della Risurrezione. E questo va tradotto in preghiera». È il viatico anche nel piccolo Comune lombardo. «Attraverso la preghiera – riflette il prete – è possibile sempre aprire le situazioni a Dio, portare fra le sue braccia i nostri dolori. Non solo. La preghiera è fonte di speranza che ci consente di guardare al futuro con rinnovata fiducia».

Sorride il parroco di Casalmaggiore (diocesi e provincia di Cremona), don Claudio Rubagotti, quando racconta di aver deciso di esporre appena dentro il Duomo di Santo Stefano un crocifisso del 1676 che la comunità ritiene prodigioso. «Anche la Chiesa ha le sue armi», dice il sacerdote . La grande croce, che di solito si trova in un angolo della chiesa, è stata collocata fra l’ingresso e il sagrato. E ai suoi piedi la popolazione si è inginocchiata durante le alluvioni del Po o nei periodi di pestilenza. «Per i credenti la fede passa anche da questo, senza volersi sostituire al grande lavoro dei sanitari – sottolinea –. Dal momento che non è possibile celebrare l’Eucaristia con la gente, abbiamo voluto mettere in comunione le persone con il Signore grazie a un’agevole iniziativa ». Le porte spalancate permettono di vedere il crocifisso. «È un invito alla preghiera. Perché tutti abbiamo bisogno di affidarci al Signore».

Anche a San Miniato, diocesi della Toscana fra Firenze e Pisa, è stato esposto in maniera straordinaria un crocifisso miracoloso: è quello di Castelvecchio a cui la gente ricorse negli anni della peste del Seicento. A lanciare l’idea il vescovo Andrea Migliavacca come richiamo «alla preghiera» di fronte «alla delicata situazione causata dalla diffusione della sindrome influenzale» valorizzando «uno dei segni della nostra tradizione religiosa », scrive nel messaggio inviato alla Chiesa locale.

Poi ci sono le corone del Rosario. A Città di Castello, in Umbria, don Giorgio Mariotti, parroco di Nuvole, Lerchi, Piosina e Astucci, ha donato le coroncine contro il contagio da Covid- 9.«Sempre nel nome della fede», precisa il sacerdote che ogni anno benedice i cellulari per invitare chi li possiede a un uso migliore. E ad Alassio, nella diocesi di Albenga-Imperia, il parroco di Sant’Ambrogio, don Gabriele Corini, ha regalato Rosari e un’immagine benedetta dal Papa al personale dei due alberghi in quarantena dove era stati ospiti alcuni turisti contagiati. Via WhatsApp (perché «al momento è impossibile entrare» negli hotel, ha scritto) il sacerdote ha voluto fa sentire la «vicinanza della Chiesa in un momento così difficile». Perché nessuno, mai, abbia il sentore di essere ai margini. O, peggio, in una sorta di lazzaretto.

Nel Lazio l’acqua benedetta è come “balsamo” per le famiglie al tempo del coronavirus. Nella parrocchia di San Giovanni Battista a Cesano, vicino Roma e nella diocesi di Porto-Santa Rufina, don Vincenzo Mamertino ha lasciato in chiesa una cesta di boccette di acqua santa «che possono essere ritirate» per portarle a casa, scrive in una lettera. È l’alternativa alla benedizione delle famiglie fermata dall’epidemia. Così, per non lasciare la comunità senza un gesto che prepara alla Pasqua, ecco l’idea delle ampolle. «Noi sacerdoti – aggiunge – non abbiamo paura di prendere il virus, ma siamo preoccupati di diventare veicolo di contagio. Però siamo sempre disponibili e non ci siamo mai sottratti alla nostra missione».

Giacomo Gambassi Avvenire internet 21 marzo 2020