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I santi ci rimandano a Gesù. Ma non devono «sostituirlo»

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  • 20/06/2021

Pubblichiamo l’articolo apparso su Avvenire del 18 giugno scorso, a firma di Riccardo Maccioni, a commento della catechesi di papa Francesco all’udienza di mercoledì 16 giugno sulla preghiera in comunione con i santi.

 

I santi ci rimandano a Gesù.
Ma non devono «sostituirlo»

 

Padre Pio, madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II. Se dovessimo fare “una classifica” dei santi più popolari del nostro tempo, accanto a “giganti” come Francesco d’Assisi, sant’Antonio di Padova e Rita da Cascia, ci sarebbero sicuramente loro. Senza dimenticare, tra i beati, madre Speranza di Collevalenza e i “giovani” Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Profili diversi tuttavia uniti da una pietà popolare che nel tempo magari ha cambiato linguaggio ma pesca nello stesso serbatoio di fede semplice, di devozione legata alla vita quotidiana, che arricchisce da sempre la cassaforte spirituale della Chiesa.

Dall’Esortazione apostolica “ Gaudete et exsultate” al recente ciclo di catechesi sulla preghiera, il Papa ne ha parlato spesso. Sottolineando l’importanza, la bellezza, di rivolgersi ai testimoni della fede, e al tempo stesso mettendo in guardia dal rischio che si guardi più a loro che al Signore Gesù. «I santi possono aiutarci nella preghiera, ma ciò non significa che dobbiamo pregarli – sottolinea padre Antonio Maria Sicari, carmelitano scalzo, autore di 170 ritratti di santi pubblicati in molti volumi dall’editrice Jaca Book –. Possiamo comprenderlo facilmente già recitando le cosiddette litanie. Quando ci rivolgiamo a Dio o alle singole Persone della Santissima Trinità, l’invocazione è una preghiera: “Abbi pietà di noi!”; ma, quando cominciamo a rivolgerci alla Santa Vergine o a qualche santo, l’invocazione si tramuta in “Prega per noi!”. Dunque “non preghiamo la Madonna e/o i santi”, ma chiediamo che siano loro a pregare per noi».

Anche l’Ave Maria del resto si conclude con un “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. «Proprio queste ultime parole – aggiunge padre Sicari autore di molti libri di spiritualità carmelitana e fondatore del Movimento ecclesiale carmelitano – ci riportano di schianto a quella situazione estrema, in cui forse non avremo più nemmeno la forza o la capacità di pregare, ma già chiediamo alla nostra Madre del Cielo di farlo per noi, sicuri che ci esaudirà. E questo possiamo farlo anche ogni giorno, per chiedere alla Vergine o ai santi che ci accompagnino e ci sostengano nella preghiera che rivolgiamo a Dio. Senza dimenticare che lo hanno già fatto con l’esempio. E perfino con le preghiere che ci hanno insegnato».

Nella catechesi sulla preghiera in comunione con i santi, il Papa ha detto che ci rimandano a Cristo «unico Signore e mediatore tra Dio e l’uomo ». Non c’è invece il rischio che si guardi più a loro che a Gesù?

Noi sacerdoti ci accorgiamo di questo pericolo quando, durante la celebrazione della Santa Messa, vediamo qualche devoto che entra in chiesa e subito si dirige verso la statua della Madonna o di qualche santo per fare le sue personali devozioni. Dopo di che esce quasi senza accorgersene che sull’altare c’è il Tabernacolo, o che il prete sta innalzando per l’adorazione il pane e il vino appena consacrati. Eppure nel canto del Gloria, ci rivolgiamo spesso a Dio dicendogli: “Tu solo Santo, Tu solo Signore, tu solo l’Altissimo!”. Però è vero anche che questa assoluta professione di fede non ha mai impedito, ai credenti, di venerare i santi. Anzi, nelle prime comunità, i cristiani attribuivano anche a se stessi questo stesso titolo, per indicare la propria totale appartenenza a Gesù. E ancora oggi il Papa ci chiede di essere attenti con gratitudine non solo ai grandi santi, ma anche a quei “santi della porta accanto” che vivono tra noi, quasi senza che ce ne accorgiamo. La prima cosa che dobbiamo chiedere loro è di aiutarci nel cammino verso Dio.

Ma come evitare che queste figure vengano messe da qualche fedele in primo piano rispetto a Cristo?

C’è un metodo molto semplice e perfino elementare: conservare in cuore la gratitudine per coloro che ci hanno rivelato il volto di Gesù e ci hanno trasmesso la sua Parola e i suoi doni: lo possiamo fare sia pensando anzitutto a coloro che ci hanno educato in questo, sia pensando a coloro che hanno adempiuto questo compito per la Chiesa intera. E lo facciamo chiedendo ai santi (anche ai nostri cari) di aiutarci, trasmettendoci il loro innamoramento per Cristo, con il ricordo dei loro esempi e dei loro insegnamenti.

Il legame con i santi si rifà anche al nostro nome di Battesimo che, sono sempre parole di papa Francesco, “non è un ornamento”. Forse per capirlo meglio bisognerebbe conoscere la vita del testimone della fede cui è legato.

Per tante famiglie, la scelta del nome non ha più quel valore sacro che aveva un tempo. Ma, per fortuna, una volta che il nome è stato scelto e assegnato al bambino, accade comunque, una sorta di miracolo: quel piccolo essere può essere “chiamato per nome” (comincia così la sua “vocazione”!). E il suo nome e il suo volto diventano cari, sia ai familiari che a Dio. È una promessa che il bambino già riceve. Conoscere la vita del santo di cui portiamo il nome, mi sembra almeno una questione di buona educazione. Il Credo ci ricorda che apparteniamo alla “comunione dei santi”, una splendida famiglia di cui facciamo parte e che ci ha lasciato una eredità di cui possiamo essere fieri. Ad essa possiamo affidarci, sicuri che l’immenso bene che i santi hanno depositato in cielo e in terra ci appartiene e può alimentare ancora la nostra anima e perfino la nostra cultura, oltre che la nostra fede.

Nella Scrittura il nome ha un significato molto profondo.

È un tema molto importante nella Bibbia, sia all’inizio dove ci viene rivelato il Nome dell’Altissimo, sia quando ci viene chiesto di “santificare” ogni giorno il Nome del Padre celeste, sia quando ci viene insegnato che il «caro Nome di Gesù è “l’unico in cui possiamo essere salvati!” ( At 4,12). Nell’ultimo libro della Scrittura, poi, troviamo che Dio ci ha fatto anche questa affascinante promessa: “Al vincitore darò una pietruzza bianca sulla quale sarà scritto un nome nuovo che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” ( Ap 2,17). Alla fine Dio ci rivelerà non tanto l’origine o il significato del nostro Nome, ma tutta la ricchezza d’amore e di grazia con cui Egli l’ha rivestito nel corso della nostra esistenza. E il Nome sarà quello “proprio mio”, ma pronunciato con infinito amore da Colui che mi ha salvato, dal Padre che mi ha eternamente amato, e dallo Spirito Santo che mi ha sempre accompagnato.