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«Coltivate la comunione tra voi e annunciate la speranza»

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  • 21/04/2019

Messa Crismale del Giovedì Santo in Duomo di Milano

L’arcivescovo metropolita mons. Delpini ai sacerdoti ambrosiani:
 «Coltivate la comunione tra voi e annunciate la speranza»

La mattina del Giovedì santo, giorno dedicato al sacerdozio e al rinnovo delle promesse a Dio per il bene della Chiesa e delle comunità parrocchiali, il Duomo di Milano era gremito di sacerdoti, diaconi, chierici, religiosi e tanta gente. Tutti lì per ringraziare il Signore di “aver inventato” la Messa. La Celebrazione Eucaristica ha quattro significati principali: il convito, segno di unione fra Cristo e la Chiesa, come l'Ultima Cena; il memoriale, ricordo e presenza di Cristo nell'attesa del suo ritorno; il ringraziamento, per i doni ricevuti da Dio e il sacrificio, rinnovazione del sacrificio ultimo di Cristo sul Calvario. Durante la celebrazione della Messa, la Chiesa (cioè noi popolo santo di Dio ma peccatore) offriamo Cristo attraverso lo Spirito Santo in virtù della comunione che la rende «un solo Corpo» con Cristo.

L'offerta di Cristo è presentata dal sacerdote, che agisce «in persona Christi» e dall'assemblea che partecipa alla celebrazione. Gli angeli e i santi si uniscono alla liturgia terrena che è prefigurazione della liturgia celeste con cui la Chiesa trionfante adora Dio. In virtù di questo, l’arcivescovo Mario ha detto: “Contro le contrapposizioni e contro l’indifferenza, contro il risentimento e l’incomunicabilità, la Chiesa deve essere il segno che sono possibili, belli, doverosi l’intesa, il perdono, la condivisione, la premurosa attenzione reciproca, la benevolenza, la stima. Questa profezia, che la Chiesa deve al mondo, richiede che la comunione sia più evidentemente riconoscibile in coloro che sono chiamati al servizio della Chiesa, quindi in noi vescovi, preti, religiosi, diaconi”.

Il ministro di Dio deve sporcarsi le mani come Dio fece nella creazione. Deve avere il profumo del popolo che gli è affidato. Deve essere testimone fedele ed instancabile della misericordia, bontà, pazienza, mitezza e carità di Dio. Per fare questo deve avere il coraggio di essere in COMUNIONE con Dio e con i confratelli per il bene dei fratelli. Le parole ribadite più vote dall’arcivescovo sono state: fraternità, comunione, compatire, no carrierismo, conversione del linguaggio, ministero, perdono, accoglienza, carità. La fraternità vista come vocazione cioè dono di sé. Un dono che mai si deve spegnere, come l’olio della lampada che arde giorno e notte accanto al Santissimo Sacramento. La comunione come unione fra i ministri del Signore: diaconi, presbiteri e vescovi. Essa è, nel suo significato originario e fondante, l'armonia che si instaura tra due o più persone. Questo fa scaturire la docilità all’ascolto dello Spirito e non al proprio egoismo e alla propria superbia.

Non essere padri-padroni delle comunità che il vescovo affida, ma servi. Non rincorrere la carriera, la notorietà o praticare la “rocchetto terapia”. Ma essere servi e testimoni con l’esempio del Vangelo del Signore. Il ministero sacerdotale è svolto INSIEME e non da soli, non si sta “sotto il proprio campanile”, ma si esce e si diffonde ovunque il profumo santo dell’olio. La conversione del linguaggio vista come desiderio di portare nel proprio cuore e sulle proprie labbra il santo Vangelo del Signore e non le propri parole o opinioni, magari creando divisioni e prevaricazioni. Sempre il vangelo con la parola, la testimonianza e l’accoglienza di tutti. “Siamo in debito verso il mondo contemporaneo di una parola che apra alla speranza. Tornare al contenuto del messaggio evangelico. La celebrazione domenicale e la partecipazione dei fedeli affinché tutti i cattolici si sentano sempre di più a proprio agio nella celebrazione eucaristica della loro comunità, anche se provengono da altri Paesi e parlano abitualmente un’altra lingua”.

Inoltre l’arcivescovo ha insistito su come tracciare il segno di croce e sul suo alto e grande significato: quando lo facciamo su di noi, la Trinità Santissima entra in noi e non ci abbandona. Si crea un filo diretto con il cielo “La devozione cristiana ha interpretato in modo cristiano tutti i momenti della giornata e le azioni della vita con il segno della croce… Forse potremmo imparare e insegnare a fare il segno della croce!”. La conclusione dell’omelia è dedicata alla dimensione caritativa, che “anima tutta la vita dei discepoli di Gesù: le prestazioni professionali, come la gratuità di innumerevoli dedizioni, la vita familiare come il servizio alla comunità, la sollecitudine per i più poveri come la qualità dei rapporti di buon vicinato, l’avveduta gestione delle risorse economiche come la generosità della beneficenza in vita e in morte”.

Al termine della celebrazione, prima di impartire la benedizione, l’arcivescovo da detto due pensieri che hanno colpito il cuore. Il primo: ha chiesto scusa se, con le sue parole, ha ferito qualcuno ma non era sua intenzione. Il secondo: ha chiesto ai suoi parroci se, nelle comunità dove operano, ci siano dei fratelli che abbiano lasciato il sacerdozio. Di andare da loro, di stargli vicino, di ascoltarli e di donargli l’amore della Chiesa; e di trasmettergli l’affetto e la vicinanza del proprio vescovo. Che gesti semplici ma pieni di grandezza e di amore che ci dona il nostro arcivescovo. Preghiamo per lui perché abbia sempre il coraggio e la forza di ammaestrarci e di guidarci verso il Signore. Che ci “rimetta in careggiata” quando sviamo dall’insegnamento del Vangelo e dalle parole della Chiesa. Ci aiuti sempre di più ad amare il Papa e ad ascoltare e seguire il suo alto magistero.